August 3, 2021
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Gli Schemi Evoluzionistici Rivisti in un’ottica Anarchica

Di Kathiana Thomas. Originale: Escuchemos al Príncipe Rebelde: Revisión a los Modelos Evolucionistas desde el Anarquismo, pubblicato il 21 giugno 2021. Traduzione di Enrico Sanna.

Le questioni riguardanti la natura umana sono spesso l’epicentro di importanti dispute ideologiche, come l’inevitabilità o meno della competizione o la necessità di un’autorità che garantisca il buon funzionamento della società.

Al dibattito ovviamente non sfuggono gli ideologi anarchici, visto che una delle critiche più ricorrenti contro il movimento anarchico è l’impossibilità dei suoi obiettivi perché l’uomo è per natura “egoista” e “competitivo”. In quest’ottica, dunque, i possibili conflitti e inganni che minano costantemente i rapporti interpersonali non possono che sfociare in una competizione feroce o nella necessità di ricorrere a un’autorità al fine di stabilire un ordine, il che determina la presenza invariabile e costante di un ordine gerarchico. Ovvero, l’anarchismo sarebbe semplicemente un’utopia.

E ai liberali che naturalizzano la situazione attuale al fine di bollare le teorie anarchiche come irrealistiche si aggiungono varie correnti marxiste, che vedono nel dirigismo e la centralizzazione l’unica via percorribile per ovviare alle condizioni materiali e alle forze che distruggono il proletariato. Tutt’al più, le piramidi gerarchiche devono rimanere finché non si giungerà ad una nuova tappa del modo di produzione.

Dal suo canto, Kevin Carson denuncia le debolezze, nonché una certa ingenuità, dei liberali che ritengono impossibile l’organizzazione dei lavoratori senza una precisa gerarchia aziendale. A me sembra, però, che occorra approfondire le prospettive naturalista e essenzialista, non solo perché ci offrono strumenti migliori, ma anche perché possono illuminarci riguardo il modo in cui gli individui possono relazionarsi tra loro – e magari anche darsi un’organizzazione – tenendo conto dell’ambiente in cui si trovano.

Sarebbe dunque il caso di rispolverare quelle teorie che cercano di spiegare la natura umana, e la nascita della società, partendo da una revisione delle teorie evoluzionistiche. La cosa potrebbe apparire polemica, dato che le teorie evoluzionistiche vengono utilizzate spesso per difendere una visione hobbesiana dell’umanità, ma credo che valga la pena ripescare l’utilità di queste teorie in ambito sociologico.

Le teorie riguardanti la selezione nella trasmissione dei geni e delle informazioni possono essere qui applicate anche all’analisi, nonché alla predizione, del modo in cui si trasmettono, si propagano, si conservano o si evolvono le idee in un dato contesto sociale (memética); ma possono anche aiutarci a capire e predire le dinamiche e i comportamenti (collaborativi o antagonistici) di gruppo. E potrebbero anche darci una mano a capire quale modello di organizzazione economica decentrata o di auto-organizzazione è più attuabile dati certi criteri.

Ovviamente, prima di parlare delle possibilità delle teorie o dei modelli evoluzionari, dobbiamo cominciare parlando della storia di queste teorie e del significato che assunsero quando furono formulate.

L’origine delle specie: la natura e l’uomo sociale

La teoria dell’evoluzione si basa su un’osservazione: gli organismi hanno subito cambiamenti nella loro costituzione a causa non di mutazioni casuali, ma di un processo di selezione naturale di tratti ereditati nel corso di generazioni. La selezione avviene con l’aumento della frequenza delle mutazioni o di geni relativi a caratteri che aumentano la probabilità degli organismi di sopravvivere e riprodursi in un certo ambiente.1 Il padre dell’evoluzionismo, Charles Darwin, non conosceva la genetica, che fu integrata a posteriori nella teoria evolutiva grazie alle scoperte di Mendel all’epoca della sintesi moderna.2

In seguito alle scoperte di Darwin, pubblicate ne L’origine delle specie, il succitato dibattito sulla natura umana comincia ad affievolirsi. Queste teorie rivoluzioneranno le scienze sia naturali che sociali del suo tempo, con conseguenze senza precedenti. Conseguenze che non rimasero isolate; com’era facile immaginare, a determinare il recepimento e l’interpretazione dell’opera darwiniana furono le istituzioni e le norme morali. Il biologo ammetteva di essere stato influenzato dalle teorie di Malthus; quanto Darwin fu ispirato dalla sua politica economica3 è però questione controversa. Nella sua autobiografia, Darwin scrive:

Ad ottobre del 1838, quindici mesi dopo l’inizio degli studi sistematici, lessi per passatempo il Saggio sul principio di popolazione. Io ero ben disposto ad accettare la teoria della lotta per la vita, evidente quando si osserva attentamente il comportamento di animali e piante. Capii immediatamente che, in date circostanze, le varianti favorevoli tendono a conservarsi e quelle sfavorevoli tendono a scomparire. Il risultato è la formazione di una nuova specie.4

Difficilmente Darwin avrebbe potuto ignorare la realtà economica e sociale circostante. Ancora più significativi sono i suoi commenti sul significato della teoria evolutiva per la psicologia del tempo: “Vedo in un futuro distante l’aprirsi di ambiti investigativi molto più importanti. La psicologia avrà nuove basi, quelle della necessaria acquisizione graduale di ogni potere mentale e di ogni capacità.”5 Così Darwin credeva che l’uomo rientrasse in questo “ordine naturale”, ovvero della lotta per l’esistenza, sia individualmente che in gruppi, concetto che sviluppò ne L’origine dell’uomo. Darwin credeva anche che la lotta per assicurarsi risorse naturalmente scarse, in una creatura sociale come l’uomo, avrebbe dato luogo alla necessità di creare poteri gerarchici e di manifestare lealtà e obbedienza tanto al capo quanto alla tribù in quanto base della convivenza primitiva.6

Tutto ciò coincide chiaramente con l’ideale liberale occidentale “laissez-faire, laissez-passer”, che contempla l’ideale di una libera concorrenza di mercato e di un “individualismo” morale. Un ideale che ritroviamo sintetizzato nella filosofia, a tinte hobbesiane, di Herbert Spencer, che coniò l’espressione “sopravvivenza del più forte” e fu il primo a proporre il “darwinismo sociale”.7 Il darwinismo fu associato al concetto di “razze superiori”, con conseguente perfezionamento delle stesse tramite l’eugenetica. Pertanto il darwinismo ha finito per naturalizzare gerarchie e disuguaglianza.

È vero che le teorie evoluzionistiche hanno influenzato e sono state a loro volta influenzate dalle strutture capitaliste, liberali e eurocentriche del loro tempo, ma non bisogna dimenticare che compaiono anche nel pensiero marxista e anarchico, o che lo hanno influenzato.

Società ed evoluzione: Darwin nelle teorie marxiste e anarchiche

Marx aveva già pubblicato Per la critica dell’economia politica quando Darwin pubblicò L’origine delle specie. Come Darwin prese a riferimento parte delle idee di Malthus, così anche Marx sviluppò un’analisi della teoria malthusiana della popolazione e della scarsità. Non solo ma, a quel che se ne sa, Marx e Engels erano entusiasti delle teorie di Darwin esposte ne L’origine riguardo i processi di trasformazione delle specie.8

Per quanto Marx esitasse a portare la “lotta per la vita” nell’ambito sociologico, e per quanto il suo ideale di prassi rivoluzionaria non si accordasse né con il determinismo organicista né con la gradualità dei cambiamenti evolutivi, non si può dire che la teoria dell’evoluzione non abbia in qualche modo infiltrato il paradigma marxista. La cosa è tanto più evidente nel contributo dei marxisti della Seconda Internazionale e nelle analisi dell’interpretazione del materialismo storico e dialettico.9

Ma Marx e i suoi discepoli non furono i soli a cercare di analizzare i fenomeni sociali dal punto di vista evoluzionistico (che fosse propriamente darwiniano o meno). Uno degli esponenti dell’anarchismo classico che guidò un ripensamento delle teorie evolutive fu Pëtr Kropotkin.

Kropotkin, Mutuo Appoggio e la Selezione Parentale

Pëtr Kropotkin fu tra i primi a individuare nella selezione parentale e nell’altruismo reciproco altrettante leggi, o principi, della cooperazione nel regno animale.10 Darwin aveva cambiato il corso della biologia scoprendo la selezione naturale; nel corso delle sue osservazioni però, si era imbattuto in casi che non confermavano le sue teorie, come le comunità delle api o certe specie animali che allevano i piccoli in gruppo. Se tutto si riduce a una lotta costante per la vita e le risorse, come fanno certe specie a collaborare internamente senza esser guidate da norme o leggi come quelle della civiltà umana?

Kropotkin è tra i primi naturalisti a rendersi conto della realtà riduzionistica delle teorie darwiniane: le interazioni sociali in natura non si riducono alla lotta costante per la vita o al puro antagonismo. Così spiega il pensatore anarchico:

È vero che la lotta tra animali, soprattutto di razze diverse, porta spesso ad enormi stermini. Ma è anche vero che, allo stesso tempo e in proporzioni uguali se non maggiori, tra animali della stessa specie o perlomeno della stessa società, si instaurano forme di aiuto e protezione reciproci. L’istinto sociale è una legge di natura tanto quanto la lotta.11

Le osservazioni di Kropotkin coincidono con i modelli della selezione parentale di W.D. Hamilton e con l’altruismo reciproco di Trivers, teorie sorte dopo la sintesi moderna dell’evoluzione. E questo ci porta ad un’interessante conclusione: la cooperazione, anche in forme molto sofisticate, non è un’anomalia evolutiva ma l’esatto contrario; è il risultato di processi selettivi per cui i suddetti comportamenti a favore della società hanno natura adattativa.

Gli insetti eusociali rientrano tra le specie osservate da Kropotkin. Kropotkin descrive la vita dei formicai, delle termiti e delle api. Forse queste colonie animali sono ai nostri occhi così affascinanti, ci dicono così tanto perché si tratta di società con una struttura e un funzionamento di grande complessità. Contrariamente a quello che pensano tanti, certe specie seguono un principio di collaborazione non perché organizzate secondo una gerarchia ben definita, con la regina in cima alla piramide, ma perché interagiscono tra loro tramite il consenso e comunicando indirettamente.12 Questo significa che la collaborazione avviene tramite l’auto-organizzazione e un processo stigmergico, che è una forma di collaborazione non pianificata organizzata tramite segnali ambientali (nel questo caso, segnali olfattivi).

Questa sofisticatissima forma di organizzazione e collaborazione, che noi troviamo nel regno animale, è possibile grazie a processi di selezione parentale e processi derivati, come la selezione di gruppo e la selezione multilivello.13 Tra la casta delle api operaie sterili e le loro sorelle o la regina esiste un regime di collaborazione perché la loro relazione genetica presuppone l’incremento della riproduzione indiretta, ovvero del fitness inclusivo.

Faccio un esempio per chiarire meglio. Quando si aiuta un famigliare, ad esempio un fratello, a vivere e fare dei figli – trasmettendo così i propri geni –, data la parentela biologica si favorisce anche la diffusione dei propri geni.

Nel corso del processo evolutivo, diversi processi naturali hanno portato alla selezione di comportamenti cooperativi che migliorano sia il fitness inclusivo che l’adattamento alle innumerevoli condizioni diverse, e questo dimostra come l’“altruismo” e la “cooperazione” possano dare grandi benefici all’individuo anche quando questo si sacrifica.

Se le società degli insetti offrono un esempio di come funziona la selezione parentale, gli stormi degli uccelli dal canto loro dimostrano in certi casi una notevole intelligenza di sciame non basata su rigide strutture gerarchiche e di dominio. Qui questa forma di cooperazione collettiva decentrata rappresenta un passo oltre la selezione parentale, si tratta probabilmente di una forma di selezione a livello di gruppo, o di gruppi. La selezione di gruppo avverrebbe con l’adattabilità di quei comportamenti che migliorano le possibilità di sopravvivenza del gruppo, e quindi anche degli individui che fanno parte del gruppo.

Tutto questo è importante quando si parla non solo di una presunta natura umana, ma anche delle varie forme organizzative che s’instaurano tra individui o gruppi. Dopotutto, le osservazioni di Kropotkin a proposito del funzionamento delle società animali trovano il loro riscontro nella ricostruzione storico-antropologica delle società umane: partendo dai barbari fino alle nazioni europee di fine secolo, Kropotkin sottolinea l’importanza del lignaggio, della famiglia e delle identità (fenomeni culturali che possono essere osservati dal punto di vista della selezione parentale) nelle società primitive, e spiega come queste istituzioni abbiano dovuto ampliarsi e mutare notevolmente nel corso del tempo.14

Ora, visto che la cooperazione esiste e si mantiene tanto nell’uomo quanto nelle altre specie, viene da chiedersi: in quali condizioni si possono indurre culturalmente questi comportamenti?

Selezione di gruppo culturale: la sociologia sotto un’altra ottica

Se c’è una corrente filosofica che ha rivoluzionato la seconda metà del ventesimo secolo, è il postmodernismo. Questa corrente di pensiero contro-culturale ha generato una revisione della sociologia e delle strutture sociali. Non stupisce quindi che i postmoderni siano arrivati a dubitare della possibilità di parlare di “natura umana”; sfatate le grandi spiegazioni e le basi totalizzanti dell’identità, il significato, la storia, non avrebbe più senso parlare di un’unica esperienza a livello sociale.

È poi importante notare l’aspetto mutevole delle strutture, notare come queste vengono interpretate dal linguaggio, e come concetti introdotti in un dato momento creino la realtà, la nostra soggettività e i nostri atteggiamenti in diversi strati di rappresentazione e alterità. Questo ci porta ad interrogarci sulle origini della cultura, su come, nel corso di una o più generazioni, questa abbia finito per modellare il nostro comportamento e il nostro carattere. E il modello della selezione di gruppo culturale può aiutarci a dare una risposta.

La selezione di gruppo culturale nasce dai modelli sociobiologici degli anni sessanta, cerca di spiegare come si diffondono le idee e i tratti culturali, e come permangono all’interno di un determinato gruppo in virtù dei vantaggi che il gruppo e i singoli individui ne derivano. La teoria nasce in relazione al modello di coevoluzione genico-culturale, il quale sostiene che il comportamento umano è influenzato non solo dall’ambiente naturale, ma anche da quell’ambiente che si forma nella società, dove le idee e i tratti culturali possono trasmettersi e interagire in un modo che ricorda i geni. Secondo certi studi, è probabile che la cultura abbia un’influenza preponderante nel modellare il comportamento sociale delle persone.15

È importante segnalare qui come uno dei presupposti (e dei limiti) della psicologia evolutiva più evidenziati è la ipotesi della savana, che spiega come l’uomo e tutto il suo compendio cognitivo si siano adattati all’ambiente della savana africana.16 Questo significa che il comportamento è comparso e si è evoluto nel pleistocene. Ma è una supposizione priva di supporto, non è mai stata provata, e questo esclude la possibilità che l’uomo abbia sperimentato cambiamenti da allora. Dopotutto, è possibile che con l’avvento dell’agricoltura e delle città il cervello dell’uomo (e quindi il suo comportamento) abbia subito vari cambiamenti.

Insomma, grazie a un modello come quello della selezione di gruppo culturale l’ipotesi è che potrebbe essere la società stessa a modellare la natura delle persone creando uno scenario che permette la diffusione più ampia di certi tratti piuttosto che altri, e stabilizzando gli stessi tramite istituzioni e regole.

Se siamo noi stessi a modellare la nostra natura con la cultura, quante possibilità si aprono davanti a noi? Se è così, allora i limiti della “natura umana” diventano praticamente irrilevanti.

Qualche esempio di selezione di gruppo culturale

Andiamo oltre. Questi nuovi modelli, lo ricordiamo, permettono di predire o di inferire il comportamento degli attori in una data configurazione sociale. A differenza dei modelli genetici di Darwin, questi modelli non procedono per linee genealogiche, ad albero, ma anche orizzontalmente, o in maniera rizomatica; perché le idee, le norme e i tratti culturali all’interno di un gruppo possono trasmettersi orizzontalmente (non sarebbe assurdo dire che Deleuze, più che opporsi all’evoluzione tout-court, cercava di riflettere sul modo in cui questa potrebbe ampliarsi)17.

Abbiamo pertanto uno strumento che aiuta a capire come le società, le comunità e le nazioni abbiano subito trasformazioni strutturali; uno strumento che potrebbe anche aiutarci a capire come hanno fatto le comunità egalitarie a diventare società stratificate, o perché certe comunità sono sopravvissute mentre altre sono state annientate o sono diventate preda dell’espansione di nazioni vicine (vedi a questo proposito gli studi di Peter Turchin). In questo senso, i conflitti tra società vengono analizzati non solo in relazione alle loro condizioni materiali e ai processi di accumulazione primitiva, ma anche in termini di dinamiche intra- e inter-gruppo dal punto di vista delle tradizioni e delle norme che, primo, strutturano queste società e, secondo, le permettono di sopravvivere come unità adattate ad un particolare contesto.

Andando oltre lo studio del passato, di come sono emerse le strutture gerarchiche e di dominio, queste teorie possono aiutarci a capire come fare per cambiare la situazione assumendo come variabili la nostra condizione attuale e la condizione a cui vogliamo arrivare. Forse così ci sarà più facile identificare le tattiche migliori da utilizzare per far sì che le persone acquisiscano coscienza, perché ci sia una risposta più coordinata alle iniziative di mutuo aiuto o all’azione diretta, e perché le persone decidano di organizzarsi per conto proprio.

D’altro canto, la selezione di gruppo culturale può essere utile quando si dà forma o si perfezionano schemi esistenti di reti distribuite o decentrate di collaborazione economica su grande scala, può aiutare a capire quale comportamento emergerà al livello di gruppo. Si dovra partire dalle interazioni e dalle dinamiche di gruppi configurati nonché da quei processi selettivi che portano alla scelta di modelli o segnali che possono facilitare la formazione di ambienti basati sulla fiducia e la coordinazione (vedi questo esempio riguardanti le reti P2P, o quest’altro sulla gestione dei beni comuni).

Ugualmente, riguardo norme e credenze di gruppo, si può rivedere come riconoscere ciò che contiene “valore” (o utilità) che sia utile alle persone in quanto gruppi o comunità, e capire i cambiamenti subiti nella loro rappresentazione sociale, il che può tornare utile per accertare l’utilità di un bene o di un servizio quando viene scambiato o trasferito.

Insomma, più che dimostrare il profondo potenziale cooperativo dell’uomo, Kropotkin contribuisce alla formulazione di teorie e modelli che spiegano come il comportamento umano non sia né immutabile né omogeneo. Questa conoscenza, opportunamente sezionata e purgata delle impressioni lasciate da certi movimenti a cavallo tra i due secoli, come il Nuovo Ateismo, può essere uno strumento di grande utilità tanto per gli attivisti quanto per chi cerca nuove forme organizzative della nostra economia.

Note

1 Lawler, S. (2011, July 11). Explainer: Theory of evolution. The Conversation. https://theconversation.com/explainer-theory-of-evolution-2276

2 Hou, C. (2019, September 3). Modern Synthesis, 1937. The Scientist Magazine®. https://www.the-scientist.com/foundations/modern-synthesis-1937-66322

3 Hou, C. (2019, September 3). Modern Synthesis, 1937. The Scientist Magazine®. https://www.the-scientist.com/foundations/modern-synthesis-1937-66322

4 Darwin, C. (1993). The autobiography of Charles Darwin, 1809-1882: with original omissions restored. WW Norton & Company. p. 119.

5 Darwin, C. (1992). El origen de las especies. Segunda Edición. Editorial PLANETA, Barcelona. p. 488.

6 Social Darwinism in European and American Thought, 1860–1945: Nature as Model and Nature as Threat by Mike Hawkins (13-Mar-1997).

7 Ivi.

8 Nolan, P. (2002). What’s Darwinian about Historical Materialism? A Critique of Levine and Sober. Historical Materialism, 10(2), 143–169. https://doi.org/10.1163/156920602320318101

9 Ivi.

10 Dugatkin, L. A. (2011, September 13). The Prince of Evolution: Peter Kropotkin’s Adventures in Science and Politics. Scientific American. https://www.scientificamerican.com/article/the-prince-of-evolution-peter-kropotkin/

11 Kropotkin, P. A., Orsetti, L., & González, V. C. (2016). El apoyo mutuo: Un factor de evolución (Spanish Edition) (1st ed.). Pepitas de calabaza.

12 Seeley, T. D. (2010). Honeybee Democracy (Illustrated ed.). Princeton University Press.

13 Seeley TD. Honey bee colonies are group-level adaptive units. Am Nat. 1997 Jul;150 Suppl 1:S22-41. doi: 10.1086/286048. PMID: 18811310.

14 Kropotkin, P. A., Orsetti, L., & González, V. C. op. cit.

15 Bell, A. V., Richerson, P. J., & McElreath, R. (2009). Culture rather than genes provides greater scope for the evolution of large-scale human prosociality. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America106(42), 17671–17674. https://doi.org/10.1073/pnas.0903232106 Henrich, J., & Boyd, R. (2016). How evolved psychological mechanisms empower cultural group selection. Behavioral and Brain Sciences, 39, E40. doi:10.1017/S0140525X15000138

16 Buller, D. J. (2012, December 7). Four Fallacies of Pop Evolutionary Psychology. Scientific American. https://www.scientificamerican.com/article/four-fallacies-of-pop-evolutionary-2012-12-07

17 Posteraro, T. S., & Bennett, M. J. (2020). Deleuze and Evolutionary Theory (Deleuze Connections) (1st ed.). Edinburgh University Press.




Source: C4ss.org