March 4, 2021
From Center For Stateless Society
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Di Diego Avila e Luis Ricardo Vera. 28 agosto 2020. Fonte: Words Beyond the Market and the State, Pt. II. Traduzione di Enrico Sanna.

Intervista con Kevin Carson

Presentiamo la seconda parte dell’intervista concessa da Kevin Carson a Diego Avila e Luis Ricardo Vera. Per accedere alla prima parte, cliccate qui. In questa seconda parte si conclude il discorso relativo alla controeconomia, il Venezuela e altre regioni dell’America Latina, a cui fanno seguito alcune riflessioni sull’evoluzione del pensiero di Carson nel corso degli anni e una sua breve opinione sul pensiero di Brian Caplan e Jason Brennan e la democrazia.

13. Spinti dalla crisi, molti venezuelani hanno abbracciato attività controeconomiche, ma solo come modo per sopravvivere. Cosa pensa di queste attività in uno stato totalitario? La controeconomia venezuelana va incontro a difficoltà insuperabili?

KC: Non credo che ci saranno difficoltà insuperabili. Certo esistono diversi gradi di restrizione della libertà d’azione. Ma finché esiste un minimo di libertà, dando la precedenza al fattibile è possibile trarre qualche beneficio, da sfruttare per passare ad altre azioni. Soprattutto quando una comunità fa ciò che è possibile fare con un minimo di investimento immediato in risorse materiali – ad es. mettere via una parte della produzione agricola da utilizzare come sementi per un orto comunitario, rafforzando l’indipendenza alimentare e la resilienza –, con la crescita della produttività e dei risparmi si possono liberare ulteriori risorse, da impiegare per rifornire di strumenti usati le officine di riparazione e tenere in efficienza le macchine. Similmente, la pratica del mutuo aiuto serve a condividere il rischio e rafforzare la capacità della collettività di sopportare gli choc economici. Quando una comunità recupera le risorse comuni disponibili ma sottoutilizzate, o gli strumenti di lavoro inutilizzati, con l’intento di sfruttarli pienamente, scopre magicamente che le sue possibilità si moltiplicano. Ancora, individuando le strozzature nell’economia locale – soprattutto quelle che possono essere superate con poco – e applicando alla ricerca di una soluzione la produttività acquisita, si può dare una spinta ulteriore allo sviluppo locale.

14. Caratteristica comune a tutte le controeconomie è che riguardano beni e servizi “semplici”, come libri, sigarette o imbiancare una casa. Non, ad esempio, automobili, alloggi o banche. Come pensa che la controeconomia possa gestire questi ultimi?

KC: Qui torniamo al potenziale della tecnologia micromanifatturiera a codice aperto, alla permacoltura e tutto il resto, ma anche a quei modelli di sviluppo economico locale basati sulla sostituzione delle importazioni, un tema affrontato, tra gli altri, da Jane Jacobs, Colin Ward e Karl Hess. Questi ultimi due vedevano con favore la nascita di laboratori comunitari equipaggiati con strumenti di proprietà degli associati che questi non utilizzano, un argomento che ho già affrontato. Jacobs, Ward e Hess, inoltre, immaginavano un modello manifatturiero locale in grado di sostituire le importazioni, partendo dalla produzione di pezzi di ricambio per macchine e apparecchiature per poi passare gradualmente a una produzione distribuita di apparecchiature complete (Jacobs cita l’esempio dei fabbricanti giapponesi di pezzi di ricambio per biciclette, che pian piano si sono organizzati tra loro fino a produrre biciclette complete). Aggiungiamo a ciò la rivoluzione di macchinari e strumenti a basso prezzo utili alla produzione locale. Per intenderci, qualcosa come Global Village Construction Set, un insieme di macchinari produttivi a basso prezzo, a codice aperto e modulari, o le macchine agricole sviluppate da Factor e Farm.

Quanto alle abitazioni, di fatto si producono già con materiali poveri sfruttando l’ingegno, come vediamo non solo nelle favelas dell’America Latina, ma anche nelle case costruite dai lavoratori di cui parla Colin Ward.

Quanto alle automobili, il fatto che gran parte dei macchinari produttivi siano ad alta intensità di capitale è intenzionale, non è intrinseco. Le grosse testate, introdotte nelle auto statunitensi a partire dagli anni trenta, erano legate soprattutto alla necessità di avere una rapida accelerazione in autostrada, cosa utile solo in pochi casi. Un automobile pensata principalmente per soddisfare bisogni secondari, come il trasporto di carichi leggeri o di persone nei sobborghi, in una comunità in cui il trasporto si basa sulle biciclette, gli autobus, i tram e così via potrebbe avere benissimo un motore elettrico. Le enormi presse di Detroit servono unicamente per soddisfare il bisogno estetico di una carrozzeria tutta curve; altrimenti, si potrebbero benissimo tagliare e formare le lamiere secondo il disegno dei vecchi camioncini del servizio postale. E così via…

Quanto alle banche, necessitano di capitali preesistenti solo se esistono leggi che limitano la fornitura di credito a chi possiede riserve. Ma, come spiego in uno dei saggi citati più su, da un punto di vista funzionale il credito è solo il modo in cui i produttori si anticipano l’un l’altro la produzione, non occorrono riserve frutto di risparmi di precedenti produzioni. In termini corretti, il credito dovrebbe essere organizzato interamente secondo flussi orizzontali, una cosa che si può fare attraverso un sistema di credito mutuo come quello proposto da Thomas Greco.

15. Per questa domanda, dobbiamo prima parlare di un filosofo:

Abraham Guillén era un anarchico spagnolo molto interessante per gli anarchici di queste parti. Un amico l’ha definito il Kevin Carson di Spagna, e sicuramente le idee sono molto simili. Difendeva un socialismo di libero mercato alla maniera di Tucker, aggiungendo però che questo avrebbe portato ad un anarco-comunismo post-scarsità. (Vedi https://en.wikipedia.org/wiki/Abraham_Guill%C3%A9n)

Lei cosa ne pensa? Conosce Guillén? E comunque, cosa pensa delle sue opinioni? Il socialismo libertario di libero mercato porta davvero ad un comunismo anarchico? È interessante vedere come già nel ventesimo secolo ci fosse un abbozzo di questi ideali riguardanti i mercati autogestiti.

KC: Ho qualche vaga famigliarità con lui ma non con i suoi ideali economici. Negli anni recenti, son passato dall’identificarmi nell’anarchismo di mercato ad un semplice anarchismo senza aggettivi. In altre parole, rifiuto quest’idea di anarchismo col trattino che immagina una società post-statale organizzata sulla base di un particolare modello economico come i mercati, le associazioni o altro. Credo che la società del futuro emergerà da tutte le controistituzioni che attualmente si stanno edificando per pura necessità, non credo che ci sarà un sistema organizzato sulla base di qualche modello ideologico monolitico. Sarà un insieme eclettico di espedienti che varieranno da zona a zona.

Vedo un mondo eclettico in cui mercato e comunismo coesistono con contorni molto sfumati tra l’uno e l’altro. È solo una mia supposizione, ma credo che gran parte dei beni di largo consumo, come gli alimenti, il vestiario, gli arredi e tutti quegli elettrodomestici che possono essere prodotti in piccole attività, verranno fuori molto probabilmente da laboratori, orti di microvillaggi o altre strutture multifamigliari in cui ognuno avrà diritto per nascita a quello che Bookchin chiama “minimo irriducibile” vitale. I mercati esisteranno ancora (probabilmente conviveranno con arrangiamenti di tipo federale o associativo, con l’una o l’altra forma prevalente in questa o quella zona) soprattutto per la fabbricazione di beni di produzione pesanti e per la gestione delle produzioni eccedenti delle comunità locali. Giusto una mia ipotesi. Ma soprattutto, e qui sono d’accordo con Graeber, sarà difficile trovare persone disposte a riconoscere la proprietà assenteista di terre inutilizzate, o il lavoro salariato alle dipendenze di proprietari assenteisti, dal momento che basterebbe strappare la recinzione e lavorare la terra per conto proprio.

16. Signor Carson, lei in passato ha avuto idee in linea con i paleoconservatori. Da qualche anno, alcuni paleolibertari si sono accostati alle idee dell’anarchismo di mercato di sinistra. Cosa ne pensa? Come si sono evolute le sue idee in tal senso?

KC: Credo che la vicenda risalga gli anni novanta, quando ancora non ero anarchico. Per alcuni anni ho flirtato con il cattolicesimo tradizionale e il conservatorismo classico, soprattutto quelli agrario e distributivo, adattabili agli ideali sul decentramento o il populismo. C’è stato poi un periodo in cui mi riconoscevo nel cattolicesimo tradizionale, lo ammetto con un certo imbarazzo.

È stato indagando sulle conseguenze del decentramento economico che mi sono spostato a sinistra per poi abbracciare l’anarchismo. Fu l’anarchismo, più o meno nello stesso periodo, combinato con internet e la possibilità di incontrare persone emarginate fuori dalla bolla in cui vivevo, a spingermi a sinistra in materia sociale e a farmi dimenticare tutto quel pattume.

Non ho mai aderito al paleoconservatorismo, anche se nei primi anni duemila ero più aperto ad alleanze tattiche con loro. Col passare degli anni la mia ostilità è cresciuta. Rothbard ha abbandonato quelle che secondo me erano le uniche sue cose valide per abbracciare i paleoconservatori durante gli ultimi anni di vita, e Lew Rockwell è stato suo compare in questo programma diabolico. Quanto a Hoppe, è un’autostrada che porta al fascismo puro.

Fortunatamente, la mia esperienza da conservatore sociale è avvenuta prima di arrivare online e prima di pubblicare qualcosa, sono contento di non aver influenzato nessuno con quelle idee becere. Anche così, però, anzi proprio per via del mio passato, mi sento particolarmente obbligato ad abbracciare l’antirazzismo, il femminismo e i diritti LGBT, oltre che lottare contro i privilegi. E sono contento di esser cambiato.

17. Di recente abbiamo visto autori come Jason Brennan e Michael Huemer attaccare lo stato sulla base di una morale del buonsenso. I rapporti tra Brennan e i libertari di sinistra si sono guastati. Assieme a Huemer, inoltre, ha polemicamente difeso il mondo accademico. Cosa pensa delle sue teorie? Concorda con quello che dice riguardo il mondo accademico?

KC: Non conosco le posizioni di Huemer, ma sono in disaccordo con Brennan riguardo il mondo accademico, in particolare riguardo la lotta dei collaboratori per un salario giusto e migliori condizioni di lavoro. Credo che il marcio del mondo accademico venga dalle irrazionalità strutturali e dai rischi morali derivati dal loro accreditamento di uno stato assente e di interessi aziendali rappresentati dai consigli amministrativi, nonché dalle burocrazie piramidali che li governano. Costi amministrativi fuori controllo, tasse alle stelle, sprechi edilizi, l’ossessione per lo sport come macchina da soldi e la precarietà del corpo insegnante, sono tutti effetti inevitabili. Io vedrei di buon grado un modello riformativo basato sulla gestione cooperativa (possibilmente un riadattamento del modello bolognese medievale come spiega Paul Goodman in Community of Scholars), e su quel genere di soluzioni ad hoc e a basso costo di cui parla sempre Goodman in People of Personnel.

18. Bryan Caplan ha attaccato l’attuale sistema elettorale dicendo che gli elettori tendono a comportarsi irrazionalmente e fanno scelte sbagliate e corrotte. Lei invece sostiene una nuova forma di municipalismo come politica prefigurativa, in cui il voto servirebbe a trasformare l’istituzione in uno “stato socio-municipale” che gestisca “l’amministrazione delle cose”. L’opinione di Caplan è in conflitto con quello che scrive lei? Cosa pensa di quello che scrive Caplan?

KC: In materia di democrazia, le idee di Caplan sono in conflitto con le mie; lo stesso si può dire di Brennan, che ha idee simili. In entrambi i casi, il problema è che trattano la “competenza” come se esistesse indipendentemente dalle classi o dagli interessi istituzionali, ignorano il modo in cui l’ortodossia degli economisti di professione, ad esempio, riflette implicitamente questi interessi. È facile dire “tutti gli economisti sono d’accordo che il libero commercio è un bene, e quei burini ignoranti che votano per Trump o per Bernie non lo capiscono perché sono troppo stupidi”. Ma a tradire i presupposti istituzionali che stanno dietro l’economia neoliberale è il fatto che gli economisti usano l’espressione “libero commercio” per intendere un sistema internazionale che comprende il protezionismo tramite la proprietà intellettuale e rafforza il monopolio delle aziende sulla produzione esternalizzata, a cui bisogna aggiungere le cannoniere della diplomazia multilaterale che proteggono la proprietà delle terre coltivabili rubate e appropriate dal capitale, e infine il ricatto del debito usato come leva per imporre la privatizzazione dei beni comuni a favore del capitalismo clientelare.

Una corte di re filosofi “competenti” serve unicamente a garantire una politica finalizzata all’estrazione di una rendita da parte delle classi economiche i cui interessi sono il riflesso della “competenza” degli economisti ortodossi.

Sono d’accordo con Chris Dillow, un marxista britannico che gestisce il blog Stumbling and Mumbling, quando dice che tutti siamo soggetti a bias cognitivi, e che nessuno è in grado di gestire razionalmente le grandi piramidi centralizzate. La soluzione consiste nel ridimensionare le istituzioni il più possibile, fino a portare il potere decisionale al livello più basso – quello di istituzioni basate sui beni comuni, attività autogestite e simili – sulla base della conoscenza distribuita di chi è a contatto diretto con la realtà.

Ancora grazie!




Source: C4ss.org