October 19, 2021
From Center For Stateless Society
206 views


Di Kevin Carson. Articolo originale: Review: The Operating System by Eric Laursen, pubblicato il primo settembre 2021. Traduzione di Enrico Sanna.

Molti degli argomenti trattati da Laursen in questo suo libro sono già noti a molti anarchici. Laursen li tratta tutti egregiamente, se non meglio che altrove. Spicca la sua teoria dell’egemonia ideologica dello stato, da leggersi assieme ad autori come Chomsky e Hermann.

Notevole, ed è l’argomento centrale di questa recensione, la tesi che vede nello stato un sistema operativo, con tutti i ragionamenti che ne derivano.

Lo stato, dice, è sì un insieme di relazioni, ma anche una struttura controllata da gruppi particolari. Riguardo quest’ultimo punto…

Marx dà una definizione troppo ristretta dei gruppi che controllano lo stato, inoltre nega che lo stato abbia una “volontà” o una direzione sua specifica. Anche Kropotkin vede nello stato semplicemente la somma degli interessi egoisti che gli stanno dietro.

Una critica dello stato che vede solo uno di questi aspetti ignorando gli altri è una critica monca.

Quando vediamo nello stato nient’altro che una macchina diretta da una categoria particolare – l’aristocrazia terriera, la borghesia, la classe capitalista – stiamo facendo una critica parziale, rischiamo di pensare che lo stato possa essere abolito o riformato abolendo o esautorando questa categoria. Se vediamo nello stato nient’altro che un insieme di relazioni o una prassi, finiamo per ignorare i dettagli, non vediamo l’insieme. Soprattutto non capiamo l’importanza della necessità di creare vere alternative e contro-comunità, e non cogliamo l’opportunità di farlo.

(…)

Stato non è sinonimo di governo, e i suoi confini non sono strettamente fisici (anche se istituire e imporre confini è un modo di esercitare il potere). Lo stato non è una cospirazione guidata da qualche cricca di politici, gangster o ricchi capitalisti, la cui attività è quasi tutta avvolta nel segreto – una segretezza che tende a crescere – ma di cui è facile intuire la logica. È invece un enorme sistema operativo che ordina e controlla il funzionamento e le relazioni nella società, l’economia, le popolazioni e la natura, qualcosa di simile ad un sistema operativo digitale come Windows, Linux o Mac.

Per organizzarsi e funzionare, lo stato moderno dispone di una sua logica espansionista.

Sotto ogni punto di vista – geografico, economico, culturale, tecnologico – lo stato moderno è riuscito più di ogni altro sistema precedente ad imporsi su tutto il genere umano. In cinque secoli è riuscito ad imbrigliare capitale, lavoro, scienza e tecnologia, e armi da fuoco così da riuscire a rifare quasi tutto il mondo grazie a conquiste, schiavitù, innovazioni, sfruttamento economico, soggiogamento e svuotamento di società che hanno ordinamenti diversi, spoglio sistematico delle risorse naturali e imposizione della propria logica su tutti quanti.

Questi non sono effetti collaterali o conseguenze impreviste. E non sono casuali. Sono pratiche fondamentali per gli obiettivi e le ambizioni dello stato; sono parte del suo DNA.

Qui per stato s’intende tutto ciò che è stato assimilato alla sua logica, non solo un governo formale.

Il cuore è quella struttura legale, amministrativa e deliberativa che chiamiamo governo. Ma lo stato è un fenomeno molto più grande e complesso, uno strumento completo che serve ad organizzare ed esercitare il potere, qualcosa che una volta messo in moto si espande fino a inglobare sempre più sfaccettature dell’esistenza seguendo una sua personale direzione e logica…

E però, proprio come il sistema operativo di un computer, lo stato non è un oggetto né un’entità materiale. Le diverse componenti “hardware” che noi associamo allo stato – i palazzi sontuosi, ma anche le basi militari, le strade, i monumenti – non sono che contenitori e simboli di una realtà immateriale. Il sistema operativo è il soft ware (sic), un insieme di comandi che dirigono quella macchina chiamata computer. Anche lo stato è un “software”: un insieme di idee, regole, comandi e procedure che dirigono lo sviluppo degli esseri umani e lo sviluppo che essi fanno delle risorse fisiche.

Lo stato è un’entità ad un tempo politica, socio-culturale ed economica. Come un sistema operativo, dirige istituzioni, organizzazioni, entità poco formali compreso il governo e molto altro: aziende, banche e istituzioni finanziarie…, nonché altre strutture di supporto del capitalismo; istituzioni senza fini di lucro (no profit e caritatevoli); le organizzazioni della cosiddetta società civile e i partiti politici (soprattutto quelli “consolidati”, repubblicano e democratico negli USA, oggi divenute istituzioni parastatali); e infine le famiglie. Altre organizzazioni e istituzioni comprese nello stato offrono un sostegno culturale o anche paramilitare all’ordine sociale, rafforzano l’ordine religioso organizzato nonché la stratificazione razziale e di genere. Nel caso degli Stati Uniti, la American Legion, ad esempio, o il Ku Klux Klan, la National Rifle Association, le milizie, i Proud Boys e la Southern Baptist Convention.

Ogni organizzazione riconosciuta e regolata per legge è un componente dello stato. Al pari di tante organizzazioni legali o extralegali che in un modo o nell’altro si servono delle istituzioni e delle infrastrutture statali, ad esempio i mercati informali o grigi… Ciò che accomuna queste entità è il fatto che rafforzino lo stato pur dipendendo da esso per la propria sopravvivenza. È questo che fa dello stato un sistema operativo totale, non solo una struttura legale o amministrativa.

Ovviamente il governo è l’istituzione principale, che però per l’espletamento delle sue funzioni vitali necessità di tante altre istituzioni e organizzazioni. Il governo dipende in particolare dalla sua associazione con il capitale privato al fine di produrre crescita economica. Nel corso della storia, il controllo di molte funzioni sociali ed economiche è passato più volte dallo stato al privato e viceversa, pur ricadendo sempre entro il potere dello stato di normare e legiferare; in realtà, il confine tra lo stato e il privato è molto sfumato.

La spinta espansionistica dello stato è sostenuta da politiche che rendono meno costose e laboriose le operazioni svolte entro l’ambito dello stato, e che impediscono ogni tentativo di operare al di fuori dello stato.

Come un vero sistema operativo, lo stato gestisce le relazioni tra governo, capitale, entità no profit e altro al fine di ottimizzarne il funzionamento. Come un vero sistema operativo, permette di fare calcoli, comunicare, apprendere, giocare, disegnare e guadagnare, ma sempre entro i limiti designati e imposti. Come un vero sistema operativo, ha un’interfaccia utente facile da usare che rende più facile operare dentro i limiti piuttosto che fuori. Pensiamo alla cittadinanza, il passaporto e altri documenti identificativi: si può vivere senza, ma è difficile, e molto scomodo, a dir poco. Oppure pensiamo alle autostrade, le ferrovie e il sistema postale offerto dallo stato e dalle sue componenti private. O, per quanto riguarda le aziende, l’infrastruttura costituita dai trattati commerciali, le dogane e i porti che facilitano il commercio. Alternative ci sono, ma è molto più facile usare le strutture offerte dallo stato.

Confrontate la totalitaria natura cibernetica dello stato così come descritta da Laursen con l’imperativo espansionistico del capitale descritto dalle teorie marxiste. Sia il capitale che lo stato sono entità espansionistiche la cui logica interna spinge ad incorporare e assimilare tutto ciò che sta al loro esterno.

Come fanno i loro interessi a unirsi? A sentire ideologi del libero mercato come l’economista Milton Friedman, l’imperativo dell’azienda è la creazione di valore per i suoi padroni. Ogni altro rilevante ruolo sociale è contenuto in quell’imperativo; se no non è rilevante. Ma un’affermazione del genere non è altro che ideologia. Compito fondamentale del capitale è l’edificazione dello stato; i suoi contributi principali sono: creare ricchezza, creare aziende che creano profitto, offrire beni e servizi utili e alimentare il desiderio di avere ulteriori beni e servizi. Spesso questo comporta una distribuzione incredibilmente disuguale dei benefici, la distruzione ambientale e una minaccia per l’esistenza umana, ma porta anche ad incrementare la fonte fiscale dello stato, che ricava anche un potere di leva necessario a ottenere prestiti e finanziare la propria crescita. Per questo il capitalismo è parte vitale dello stato fin dalla nascita dello stato moderno.

Lo stato “ingaggia la popolazione nel compito di riprodurre lo stato stesso”; similmente, secondo Marx, il capitale incorpora il plusvalore estratto dai lavoratori nella massa di capitale accumulato, così che il lavoro morto prodotto dai lavoratori torna a questi ultimi come un nemico che estrae ulteriore plusvalore.

Lo stato, proprio come il capitale, è spinto dall’imperativo di diffondere la mercificazione e il nesso di cassa al fine di trasformare la società in una risorsa funzionale ai propri fini. “Lo stato è il capitalista originario, ancora oggi il più grande. Aspira a sussumere ogni nicchia della società da esso dominata in un’enorme macchina per la produzione di ricchezza.” Da qui quelle politiche dello stato che fin dai primordi impongono la moneta metallica, privatizzano e mercificano le terre comuni e costringono la popolazione ad entrare nel sistema salariale.

Le ragioni, allora come oggi, sono le stesse. Imponendo politiche che aumentano la produttività e tengono basso il costo del lavoro, i primi stati moderni speravano di incoraggiare la crescita economica e quindi rimpolpare tasse e altri introiti, così da poter mettere in campo eserciti più potenti, ampliare i confini geografici del potere e istituire controlli più invasivi sui territori e le popolazioni.

Dato questo sfondo, la distinzione tra “pubblico” e “privato”, o tra “governo” e “azienda” – un luogo comune tra i libertari di destra – è perlopiù insignificante. Il moderno schema dei “diritti di proprietà privata”, che secondo la destra libertaria nascerebbe spontaneamente dall’occupazione della terra in senso lockeano, è opera congiunta di stato e capitale.

Tutto inizia con la proprietà. L’economia nasce quando i primi stati moderni europei cominciano a convertire i diritti feudali in proprietà terriera, che è una forma di proprietà diretta. La proprietà è un principio cardine dello stato, la garanzia dell’autorità e dell’ordine sociale, tutti gli stati dedicano una parte rilevante delle proprie risorse alla difesa della proprietà contro ogni altra considerazione morale o economica…

Questa confluenza di interessi evidenzia quanto sia improbabile riuscire a separare i due ambiti politico e economico. A partire dall’Ottocento, lo stato comincia a separare i due ambiti, definendo l’economia come un sistema chiuso. Il cambio paradigmatico è utile in quanto permette all’economia classica, basata esclusivamente sulla crescita, di presentarsi come ambito di studio obiettivo e scientifico…

Ma è una distinzione falsa. Lo stato è un’entità economica al pari di una società per azioni, una ditta o una cooperativa. Funziona sulla base di un introito (le tasse) e di capitali presi in prestito, esattamente come una ditta privata…

L’intreccio di interessi tra capitalisti e stato… è forte. Entrambi hanno bisogno di una crescita economica costante e continua se vogliono restare in piedi e legittimarsi. Entrambi devono impiegare risorse – animali, vegetali, inanimate o umane – a questo scopo. Dunque entrambi hanno un bisogno infinito di… monitorare, documentare, valutare, e insomma far sì che queste risorse siano sfruttabili al meglio.

Il capitalismo esisteva già nelle attività di banchieri e usurai delle città medievali tedesche e italiane, ma fu la nascita dello stato moderno nel Quattrocento a caricarlo d’importanza offrendo al capitale un cliente importante ricchissimo di risorse. Questo cliente poteva coniare, e in seguito anche stampare, moneta, poteva mettere a disposizione enormi territori nuovi affinché il capitale potesse esplorarli e sfruttarli, e per crescere e soddisfare le proprie ambizioni aveva continuamente bisogno dei servizi del capitale. Come lo stato, anche il moderno capitalismo non è nato “spontaneamente”; ha dovuto essere edificato, sostenuto e diretto, e ancora oggi è così. Non potrebbe esistere senza lo stato che fa le regole e le impone, senza i paletti che delimitano l’attività, senza l’accettazione sociale che gli permette di funzionare; e soprattutto senza il supporto del credito e gli aiuti che servono a mantenere il profitto.

Anche i sedicenti “stati socialisti” del genere marxista-leninista seguono la stessa logica economica che porta all’esclusivismo e all’imposizione della moderna proprietà privata. La collettivizzazione forzata sotto Stalin, del tutto simile all’imposizione della proprietà assoluta della terra mercificata avvenuta con Stolypin, comportò la soppressione del Mir al fine di rendere le terre coltivabili leggibili agli occhi dello stato e permettere l’estrazione di ricchezza. Fu proprio un economista “marxista”, Evgenij Preobraženskij, a coniare l’espressione “accumulazione primitiva socialista” per definire la ricchezza estratta dai contadini e usata per finanziare l’espansione industriale.

Da qui la necessità assoluta di “capire anzitutto che il capitalismo è un componente di quel sistema più ampio che è lo stato”. Altrimenti…

ogni tentativo di superare il capitalismo porta unicamente ad un ulteriore potenziamento dello stato e, insomma, alla riproduzione del capitalismo in qualche forma. Questo è ciò che accadde alla fine dei “decenni socialisti” seguenti la Rivoluzione Russa e all’apice delle socialdemocrazie in Europa e altrove.

Questo vale anche per lo stato sociale socialdemocratico, che è cresciuto assorbendo e…

cooptando quelle iniziative basate sul mutuo aiuto adottate da molti lavoratori agli inizi dell’industrializzazione attraverso sindacati o organizzazioni solidali, cose come gli aiuti per anziani, vedove e disoccupati. Queste iniziative sono diventate parte dell’apparato statale cementando la fedeltà di una popolazione urbana potenzialmente problematica…

Teoricamente, le socialdemocrazie sono più umane, più inclusive e premurose degli stati nazionali, ma spesso esprimono la propria logica senza compromessi. “Oggi,” scrivono i politologi Anton Hemerijck e Robin Huguenot-Noël, “l’evidenza dimostra come la qualità della moderna politica sociale nel lungo termine influisca soprattutto sulla disoccupazione e la produttività ma indirettamente anche sulla domanda. Al fondo della sostenibilità finanziaria dello stato sociale c’è il numero (quantità) e la produttività (qualità) dei lavoratori e dei contribuenti attuali e futuri.”

Una socialdemocrazia tende ad essere più attenta verso la popolazione intesa come esseri umani, ma il suo obiettivo finale è lo stesso delle altre moderne forme statuali: modellare la popolazione trasformandola in una forza lavoro produttiva in grado di contribuire all’edificazione dello stato.

La logica espansionistica dello stato si vede anche da come sfrutta anche le crisi create dai propri errori per espandersi ulteriormente. Laursen fa l’esempio della disastrosa gestione dell’attuale pandemia. È proprio questo fallimento a far crescere enormemente i poteri di sorveglianza e controllo sociale dello stato.

Pensiamo agli attentati dell’undici settembre 2001, utilizzati come pretesto per un’espansione dello stato come non si vedeva da decenni: l’autorizzazione all’uso delle forze militari, il PATRIOT act, l’introduzione di una sorta di passaporti interni con la TSA… E l’attacco terroristico altro non era se non la risposta a decenni di politica estera statunitense: il sostegno attivo dei principi sauditi (di gran lunga i principali promotori del wahhabismo in Medio Oriente), la destabilizzazione dell’Afganistan, allora stato laico nell’orbita sovietica, e poi gli aiuti alla guerriglia wahhabita da cui nacque Al Qaeda, e così via.

Analogo a questo premio dell’incompetenza è l’imperativo capitalista ad utilizzare risorse in maniera inefficiente e a produrre merci inutili, a cui possiamo aggiungere la capacità di convertire gli sprechi in valore al fine di ridurre il surplus e la capacità inutilizzata.

Stato nazione e capitalismo nascono assieme agli albori della modernità e da allora vivono un’esistenza simbiotica, aiutandosi vicendevolmente a crescere come un cancro. Laursen fa capire che governo e capitalismo sono entrambi componenti dello stato:

…È il governo, ma è anche il capitalismo e tutta la gigantesca struttura delle istituzioni, le identità e i mezzi di sostentamento che stanno nelle rispettive rubriche. In questo libro io lo chiamo stato…

Ad un esame attento [della scienza dei sistemi globali], scopriamo che “sistemi” e “società” sono quasi sinonimi di stato come lo definiamo noi…

Fuori dal gergo, quel “sistema complesso di nodi e collegamenti globali” non è che il lato commerciale del sistema operativo modellato, incarnato e presieduto dallo stato.

Lo stato si allarga non solo intensivamente, ovvero sussumendo alla sua logica tutto ciò che sta nella sua giurisdizione, ma anche estensivamente. Fin dalla sua nascita, lo stato westfaliano si è replicato lateralmente fino a comprendere praticamente tutto il mondo (tolti alcuni spazi ancora parzialmente non governati, come le comunità indigene dell’Amazzonia, che rientrerebbero nella giurisdizione dello stato nazione ma non sono governate da esso). Anche quando gli stati diventano nemici, tendono a rafforzarsi l’un l’altro accettandosi come parti dell’interazione, incentivando la continuazione del modello dello stato nazione anche sui territori conquistati. È successo tante volte che movimenti rivoluzionari si siano costituiti in governi di stati nazione territoriali dopo aver conquistato il potere. E tante volte è successo che movimenti di liberazione di paesi ex coloniali abbiano, dopo l’indipendenza, lasciato intatti i confini nazionali artificiali tracciati originariamente dagli stati imperialisti in spregio ai confini etnici o culturali, per poi costituire governi basati sul modello dello stato nazione westfaliano invece di tentare di ricostruire le istituzioni tradizionali precoloniali. Lo stato, con i suoi confini e il territorio legalmente garantiti, è l’attore riconosciuto sotto il diritto internazionale. Tutto un insieme di istituzioni multilaterali riconoscono lo status di stato nazione come requisito normale per l’accettazione.

È interessante confrontare, ma anche contrapporre, le idee sulla natura dello stato di Laursen con quelle dei teorici dell’autonomia statale come Theda Skocpol e gli strutturalisti marxisti come Nicos Pulantzas. Ad un certo punto Laursen sembra dire che quando gli interessi immediati (“immediati”) dello stato entrano in conflitto con quelli del capitale, lo stato persegue i propri interessi, del tuttoautonomi e autoprodotti, a spese degli interessi del capitale.

Gli interessi immediati dello stato e del capitale non sempre corrispondono, e quando questo accade è solitamente lo stato ad imporre il programma. Nel 1834, ad esempio, il parlamento britannico declassò la Compagnia delle Indie Orientali a ente gestionale per conto del governo britannico in India, per poi dissolverla nel 1873 (dopo un’ultima distribuzione dei dividendi e il riscatto delle azioni). Più o meno nello stesso periodo la spartizione dei paesi più poveri tra le potenze europee, al fine di creare colonie e protettorati che in realtà erano il prodotto di ambizioni politiche, rivalità territoriali e guerre per procura, nonché il bisogno di affidare incarichi militari e civili a membri di famiglie in vista, fu giustificata in termini commerciali. Ma gli interessi capitalistici europei investirono poco in questi territori, che servivano principalmente ad estendere il controllo militare e politico dello stato.

Ma poi continua suggerendo – in un modo che ricorda la teoria strutturalista per cui occorre “una certa autonomia” se si vogliono servire gli interessi reali del capitale e contrastare l’avidità e la miopia dei capitalisti – che anche quando gli interessi “immediati” dello stato divergono da quelli del capitale, nel lungo termine coincidono.

Questi esempi sottolineano la capacità dello stato di agire per il lungo termine e la volontà delle grandi aziende capitaliste di seguire questa strada, coscienti del fatto che tutte le parti lavorano allo stesso progetto. In assenza di una guida e di una protezione (da se stesso), fornita dallo stato, il capitale si autodistruggerebbe o verrebbe distrutto rapidamente.

Credo che Laursen sbagli a definire lo statalismo in termini interamente qualitativi piuttosto che quantitativi, e a definire come componente dello stato tutto ciò che ha un rapporto anche minimo con lo stato stesso (tutto ciò che “sta nelle fessure del sistema operativo” o che si serve di “infrastrutture stradali, gli aeroporti, l’edilizia popolare, le poste” e così via).

Il primo errore sta nell’escludere la possibilità che lo stato possa essere spinto a diventare di grado meno statuale (secondo il modello Partner State, ad esempio). In questo ricorda quella sinistra che interpreta letteralmente l’espressione “nessun consumo etico sotto il capitalismo”, con la conclusione scontata che qualcosa o sta dentro il capitalismo o sta fuori.

Il secondo errore sta nell’escludere l’esistenza di fenomeni interstiziali che non solo prefigurano una società post-statale e post-capitalista, ma rappresentano il seme da cui questa società nasce pur mantenendo qualche interfacciamento con l’attuale sistema di potere stato-capitalista.




Source: C4ss.org